Forth Challenge
Can you find examples that go in favor or against the Vygotsky’idea that learning lead development?
Just one choise this week
Musicalmente parlando…
In auto, cucinando, mentre facciamo jogging, in discoteca o in un pub, rilassati su un letto o camminando per recarci a scuola o a lavoro, ognuno di noi o, almeno, la maggior parte ascolta musica. Rock, pop, dance, elettronica, classica, metal, o semplicemente la ninna nanna che fuoriesce dal dispositivo fissato sul lettino di vostra nipote (animaletti roteanti compresi). Ciascuno di noi ha dei gusti musicali, più o meno diffusi, e prova delle sensazioni durante l’esperienza musicale a cui è sottoposto: c’è chi si distende, chi si ricarica, chi si sfoga, chi si emoziona e commuove. Basti pensare all’importanza che hanno le colonne sonore dei film e, nel quotidiano, degli spot pubblicitari, studiate affinché certe scene, immagini e prodotti ci colpiscano maggiormente e ci rimangano impressi nella memoria. L’esperienza musicale che facciamo, quindi, non è soltanto frutto di una scelta personale e facoltativa, ma anche uno strumento che mira a raggiungere la nostra mente per svariati motivi.
Certi suoni ci evocano sensazioni molto profonde ed è un fatto difficile da spiegare. Non soltanto per quanto riguarda la musica. In base a certi luoghi comuni ma anche alla nostra stessa -misteriosa- percezione, siamo comunemente portati ad associare a delle lingue particolari attributi evocativi: il francese ci suona elegante, lo spagnolo sexy, il tedesco molto rigido, e l’arabo è… arabo. Fatto sta che ci viene estremamente “naturale” associare delle sensazioni ai suoni, ma molto meno lo è collegare dei significati a dei simboli. Quanti di noi, magari ottimi ascoltatori e divoratori di intere discografie (spesso, per altro, notevolissimo motivo di vanto), sanno leggere e decodificare la musica in quanto linguaggio?
Se ci venisse mostrata per la prima volta una lunga sequenza di note posizionate sulla scala pentatonica, senza alcuna spiegazione a riguardo, chi potrebbe essere in grado di distinguere se si tratti di un’aria di Bach o piuttosto della Canzone del sole di Battisti? E se non sapessimo neppure che si tratta di una scrittura musicale, lo intuiremmo?
Proprio come ogni altro tipo di linguaggio, anche quello musicale ha un suo codice, e come ogni codice bisogna avere gli strumenti adatti per poterlo interpretare e decodificare. Nei suoi studi, Vygotskij conferisce un grande valore al linguaggio in quanto fattore funzionale allo sviluppo cognitivo e strumento che mette in relazione dinamica l’individuo con il pensiero. In quest’ottica, il linguaggio non assolverebbe soltanto al compito, e all’esigenza, di verbalizzare ciò che si pensa, ma influirebbe sui processi e lo sviluppo del pensiero stesso. In primo luogo, riveste una funzione sociale nel mettere il bambino in contatto con il mondo che lo circonda e successivamente viene interiorizzato, andando a formare le funzioni psichiche superiori, il pensiero logico e astratto. Gli adulti, ma anche i coetanei, aiutano il bambino ad imparare l’uso degli strumenti tecnici e psicologici appartenenti alla loro cultura, attraverso i quali gli uomini controllano il pensiero e il comportamento, ma, soprattutto, creano se stessi. Partendo dal contesto sociale ed esterno, le funzioni mentali interpsicologiche vengono interiorizzate, diventando intrapsicologiche.
Questo sviluppo si riflette tanto nell’apprendimento del linguaggio verbale quanto in quello musicale. Se diamo una chitarra ad un bambino capirà che stuzzicando le corde vengono prodotti dei suoni, e magari percepirà la differenza fra un suono e l’altro, ma solo con l’aiuto di un adulto riuscirà a capire come interagire con l’artefatto: come reggerlo, come muovere braccia e mani sulle corde. A maggior ragione, avrà bisogno di un insegnamento per leggere le note di uno spartito e riprodurle sulla chitarra per generare della musica. Inizialmente sembrerà tutto molto meccanico a pure faticoso, proprio come quando a scuola impariamo a leggere e scrivere. Ma la curiosità, i giusti stimoli e un po’ di sano incoraggiamento da parte di chi ci guida ci fanno proseguire nelle nostre sfide quotidiane. E ciò che era iniziato con un’acquisizione indotta, dura e magari anche un po’ goffa diventa, grazie anche a particolari attitudini, parte di noi, del nostro modo di essere, di sentirci e di esprimerci. Incredibilmente, quei simboli e strumenti che ci hanno trasmesso diventano mezzi per comunicare noi stessi agli altri, che scomponiamo, stravolgiamo e plasmiamo in modo del tutto personale e originale. E’ così che alcuni diventano scrittori ed altri musicisti. E altri ancora, addirittura, dei matematici!
”(…) Noi abbiamo realmente il diritto di aspettarci dei miracoli. Non perché crediamo ai miracoli, ma perché gli uomini, finché possono agire, sono in grado di compiere l’improbabile e l’incalcolabile, e lo compiono di continuo, che lo sappiano o no.” (Arendt 1995, 27)
Se fosse vissuto abbastanza, chissà cosa avrebbe pensato Vygotskij leggendo Hannah Arendt…
Riferimenti:
Sparti Davide, “L’identità incompiuta”, 2010.
http://www.psicolife.com/vygotskij.html
http://www.costruttivismoedidattica.it/teorie/FTP/Teoria_Vygotskij.pdf