Forth Challenge

cogsci2010:

Can you find examples that go in favor or against the Vygotsky’idea that learning lead  development?

Just one choise this week

Musicalmente parlando…

In auto, cucinando, mentre facciamo jogging, in discoteca o in un pub, rilassati su un letto o camminando per recarci a scuola o a lavoro, ognuno di noi o, almeno, la maggior parte ascolta musica. Rock, pop, dance, elettronica, classica, metal, o semplicemente la ninna nanna che fuoriesce dal dispositivo fissato sul lettino di vostra nipote (animaletti roteanti compresi). Ciascuno di noi ha dei gusti musicali, più o meno diffusi, e prova delle sensazioni durante l’esperienza musicale a cui è sottoposto: c’è chi si distende, chi si ricarica, chi si sfoga, chi si emoziona e commuove. Basti pensare all’importanza che hanno le colonne sonore dei film e, nel quotidiano, degli spot pubblicitari, studiate affinché certe scene, immagini e prodotti ci colpiscano maggiormente e ci rimangano impressi nella memoria. L’esperienza musicale che facciamo, quindi, non è soltanto frutto di una scelta personale e facoltativa, ma anche uno strumento che mira a raggiungere la nostra mente per svariati motivi. 

Certi suoni ci evocano sensazioni molto profonde ed è un fatto difficile da spiegare. Non soltanto per quanto riguarda la musica. In base a certi luoghi comuni ma anche alla nostra stessa -misteriosa- percezione, siamo comunemente portati ad associare a delle lingue particolari attributi evocativi: il francese ci suona elegante, lo spagnolo sexy, il tedesco molto rigido, e l’arabo è… arabo. Fatto sta che ci viene estremamente “naturale” associare delle sensazioni ai suoni, ma molto meno lo è collegare dei significati a dei simboli. Quanti di noi, magari ottimi ascoltatori e divoratori di intere discografie (spesso, per altro, notevolissimo motivo di vanto), sanno leggere e decodificare la musica in quanto linguaggio?

Se ci venisse mostrata per la prima volta una lunga sequenza di note posizionate sulla scala pentatonica, senza alcuna spiegazione a riguardo, chi potrebbe essere in grado di distinguere se si tratti di un’aria di Bach o piuttosto della Canzone del sole di Battisti? E se non sapessimo neppure che si tratta di una scrittura musicale, lo intuiremmo?

Proprio come ogni altro tipo di linguaggio, anche quello musicale ha un suo codice, e come ogni codice bisogna avere gli strumenti adatti per poterlo interpretare e decodificare. Nei suoi studi, Vygotskij conferisce un grande valore al linguaggio in quanto fattore funzionale allo sviluppo cognitivo e strumento che mette in relazione dinamica l’individuo con il pensiero. In quest’ottica, il linguaggio non assolverebbe soltanto al compito, e all’esigenza, di verbalizzare ciò che si pensa, ma influirebbe sui processi e lo sviluppo del pensiero stesso. In primo luogo, riveste una funzione sociale nel mettere il bambino in contatto con il mondo che lo circonda e successivamente viene interiorizzato, andando a formare le funzioni psichiche superiori, il pensiero logico e astratto. Gli adulti, ma anche i coetanei, aiutano il bambino ad imparare l’uso degli strumenti tecnici e psicologici appartenenti alla loro cultura, attraverso i quali gli uomini controllano il pensiero e il comportamento, ma, soprattutto, creano se stessi. Partendo dal contesto sociale ed esterno, le funzioni mentali interpsicologiche vengono interiorizzate, diventando intrapsicologiche.

Questo sviluppo si riflette tanto nell’apprendimento del linguaggio verbale quanto in quello musicale. Se diamo una chitarra ad un bambino capirà che stuzzicando le corde vengono prodotti dei suoni, e magari percepirà la differenza fra un suono e l’altro, ma solo con l’aiuto di un adulto riuscirà a capire come interagire con l’artefatto: come reggerlo, come muovere braccia e mani sulle corde. A maggior ragione, avrà bisogno di un insegnamento per leggere le note di uno spartito e riprodurle sulla chitarra per generare della musica. Inizialmente sembrerà tutto molto meccanico a pure faticoso, proprio come quando a scuola impariamo a leggere e scrivere. Ma la curiosità, i giusti stimoli e un po’ di sano incoraggiamento da parte di chi ci guida ci fanno proseguire nelle nostre sfide quotidiane. E ciò che era iniziato con un’acquisizione indotta, dura e magari anche un po’ goffa diventa, grazie anche a particolari attitudini, parte di noi, del nostro modo di essere, di sentirci e di esprimerci. Incredibilmente, quei simboli e strumenti che ci hanno trasmesso diventano mezzi per comunicare noi stessi agli altri, che scomponiamo, stravolgiamo e plasmiamo in modo del tutto personale e originale. E’ così che alcuni diventano scrittori ed altri musicisti. E altri ancora, addirittura, dei matematici!

”(…) Noi abbiamo realmente il diritto di aspettarci dei miracoli. Non perché crediamo ai miracoli, ma perché gli uomini, finché possono agire, sono in grado di compiere l’improbabile e l’incalcolabile, e lo compiono di continuo, che lo sappiano o no.” (Arendt 1995, 27)

Se fosse vissuto abbastanza, chissà cosa avrebbe pensato Vygotskij leggendo Hannah Arendt…

Riferimenti:

Sparti Davide, “L’identità incompiuta”, 2010.

http://www.psicolife.com/vygotskij.html

http://www.costruttivismoedidattica.it/teorie/FTP/Teoria_Vygotskij.pdf

Third Challenge

Look for evidences in favour or against the sensorymotor coupling, that is the hypothesis that perceptual and motor systems evolved and works as one.

Il Museo della mente

Per più di cinquecento anni è si è trattato di un manicomio. Un luogo di isolamento dalla “società normale”, nel quale vivevano persone di tutte le età, e a volte anche per tutta la vita. Senza tempo. Perché solo chi è libero ha bisogno di orologi per orientarsi. Chi è costretto alla segregazione, sia fisica che mentale, che bisogno può avere del tempo? L’unico che vede scorrere e che può vivere è quello sul proprio corpo. La rughe che emergono sul volto, i capelli che si ingrigiscono, le ossa che si indeboliscono… il tempo esterno è assente e lontano. Forse inutile. Perché quello stesso tempo in cui nasciamo, cresciamo e agiamo ci dice chi siamo stati e cosa siamo diventati. E ci tormenta per questo.

Ma chi non è libero di agire non ha un’ombra che, nel tempo, segua la sua storia e nutrisca la propria identità. Chi viene deprivato dei propri oggetti, simboli e ruoli, rimanendo (e lasciato) legato alla sola etichetta stigmatizzante di “pazzo”, che percezione può avere di se stesso e del mondo?

Grazie alla legge Basaglia (e i suoi ulteriori sviluppi), quello che fino al 1999 è stato un manicomio, più eticamente detto Ospedale Psichiatrico, all’estrema periferia di Roma, nel 2000 si è trasformato in un museo: il Museo laboratorio della mente. Ciò che viene lanciata qui è un’interessante sfida alla mente umana, basata sulla destabilizzazione delle certezze che ci vengono dalla nostra naturale e abituale percezione del mondo. Il primo appello è dunque quello che viene fatto ai nostri sensi.

Quando ascoltiamo una persona che parla oppure una musica, possiamo farlo sia decidendo di dedicarci completamente a questa attività, sia svolgendone un’altra, o più di una, in contemporanea (ad esempio guidando e/o fumando). Ma possiamo farlo parlando a nostra volta? Se mentre parliamo qualcuno ci si sovrappone, ne saremo per lo più frenati, e anche con un certo fastidio, dato che la nostra cultura ci predispone (tenendo conto di alcune eccezioni) al rispetto dei turni di parola. Ma se proprio per ascoltare fosse necessario parlare? La questione diventa un circolo vizioso, dal momento in cui ho la percezione di un suono solo nel momento in cui posso udirlo, ma non riesco a udirlo chiaramente se sono costretto, nello stesso momento, a parlare per generare quel suono! Questa è una delle “esperienze psicotiche”, in parte vissuta similmente da alcuni ex-pazienti, con cui il visitatore viene messo alla prova.

Guardandomi allo specchio (azione) mi riconosco (percezione di un’immagine e, quindi, percezione di me stesso in tale immagine). Se sto fermo e poi mi muovo, vedo riflessa la mia immagine che segue specularmente i miei gesti. E se non fosse così? Se invece fossi solo per metà rispecchiata in modo congruente alla reale me stessa e per l’altra metà risultassi ingrandita, poi rimpicciolita, spostata o forse solo sdoppiata? E se nel cercare di ricostruire la mia immagine reale, questa mi sfuggisse sempre per meno di un secondo? Se azione e percezione fossero, anche per quel poco, disgiunte lo recupererei… invece il mio riflesso mi scappa in continuazione e non obbedisce ai tentativi che faccio per riappropriarmene e ricomporre l’immagine della mia identità. Proprio come un’impertinente e dispettosa ombra di Peter Pan…

  

Per saperne di più:  www.museodellamente.it

First Challenge

cogsci2010:

Your challenges:

What is a representation for the Computational Theory of Mind, and in what is it different/similar to the concept of representation that is used in (semiotics, linguistics, etc. free choice for the comparison)?

What is a scientific theory of the mind (of the mental life); and in what is it similar/different in their components/structure to theories of other natural phenomena like the ones occurring in physics, biology?

pick one

Alla base della Teoria computazionale della mente, vi è l’idea di una stretta analogia tra la mente umana e il computer digitale, per la quale i processi cognitivi dell’individuo possono essere posti in parallelo al funzionamento dei comuni calcolatori. L’assunto su cui si fonda la Psicologia cognitiva prevede che, alla stregua di un efficiente sistema di software, la mente riceva dall’esterno dei dati che immagazzina in input; elabora con i pensieri tramite varie computazioni, e restituisce, infine, in output, sotto forma di ragionamenti. Tali dati sono visti come rappresentazioni che vanno a costituire un linguaggio mentale, ribattezzato anche “mentalese” da Fodor. Proprio attraverso questo complesso sistema di simboli, è dunque possibile attuare delle operazioni sul mondo esterno che ci è dato conoscere. In maniera del tutto simile a quanto riesce a fare un computer, che attraverso programmi e algoritmi, elabora le rappresentazioni immagazzinate in strutture di dati.

Inoltre, la Teoria computazionale prevede che perfino gli stati mentali (ad esempio intenzionali) siano essi stessi fondati su rappresentazioni mentali, le quali presuppongono una corrispondenza tra proprietà sintattiche e semantiche. Così si approda al ragionamento, come risultato di un calcolo computazionale fondato su simboli funzionali.

L’indagine sul funzionamento dei processi cognitivi umani incorpora una grande sfida nell’approccio computazionale da parte delle Scienze cognitive; e, non a caso, la più grande scommessa che è stata fatta è legata alla Cybernetica e allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale che riuscisse non soltanto ad equiparare quella umana, ma addirittura a superarla. Un obiettivo conoscitivo che, al di là delle possibili critiche, prefigurava quindi l’effettivo tentativo di trascendere le peculiari facoltà umane. 

Alla luce di questo, e tralasciando le concrete conquiste a cui si è giunti, o meno, nella disciplina, possiamo parlare di paradosso gnoseologico?

“Nessun essere, eccetto l’uomo, si stupisce della propria esistenza; per tutti gli animali essa è una cosa che si intuisce per se stessa; nessuno vi fa caso (…) Quanto più in basso si trova un uomo nella scala intellettuale, tanto meno misteriosa gli appare la stessa esistenza (…) Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, forse non verrebbe in mente a nessuno di chiedersi perché il mondo esista e perché sia fatto com’è fatto (…)”

Con queste parole, Arthur Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione) giustifica la necessità che l’uomo, in quanto “animale metafisico”, ha di interrogarsi su di sé e su ciò che lo circonda. Ma a dispetto di questo, il mondo è coperto da un velo di Maya, difficile da squarciare per poter arrivare al senso ultimo della vita. Così, l’individuo è costretto a conoscere soltanto i fenomeni, che, a differenza del criticismo kantiano, sono visti come rappresentazioni interne alla coscienza. Tant’è vero che afferma: “Il mondo è la mia rappresentazione”. La rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili: il soggetto rappresentante e l’oggetto rappresentato, di cui si compone il mondo fenomenico. Anche l’uomo è dato a sé come rappresentazione, ma anche come corpo, quindi “si vede” dal di fuori ma “si vive” dal di dentro, godendo e soffrendo. Solo ripiegandoci in noi possiamo arrivare a comprendere la “brama di vivere” che ci spinge ad esistere e ad agire. E l’intero mondo fenomenico non è altro che il modo attraverso cui tale volontà si manifesta nella propria rappresentazione spazio-temporale. Ma, per tornare a Kant, nemmeno spazio e tempo possono derivare dall’esperienza, poiché per fare un’esperienza qualsiasi dobbiamo già presupporre le rappresentazioni originarie di spazio e tempo.

A distanza di tempo e impostazione disciplinare, tendendo conto di tutti i limiti che, nel vasto orizzonte delle proprie capacità, l’uomo può incontrare, sembrerebbe però che le rappresentazioni abbiano da sempre avuto un importante valore nell’immaginario conoscitivo, a vari livelli di astrazione. Senza dimenticare il circolo vizioso in cui siamo imprescindibilmente confinati, rappresentando la conoscenza della mente umana tramite rappresentazioni…